Brandeburghesi

Brandeburghesi è il titolo attribuito a sei celebri concerti (BWV 1046-1051) composti da Johann Sebastian Bach negli anni in cui si era stabilito a Köthen (1717-1723), presso il ducato di Sassonia, per lavorare in qualità di Kapellmeister e direttore della musica da camera presso la corte del principe Leopold di Anhalt-Köthen. Quest’ultimo era un uomo di cultura e grande amante della musica; nel 1696 fondò l’Accademia delle Arti a Berlino e quattro anni dopo l’Accademia delle Scienze diretta dal filosofo Leibniz. Nel 1716, il principe si dotò di una cappella musicale di altissimo livello costituita da circa sedici strumentisti. Leopold, essendo calvinista (confessione in cui la musica in ambito liturgico spesso non era vista di buon occhio), non era solito chiedere agli strumentisti un grande impegno in ambito sacro, prediligendo perlopiù le opere strumentali profane.
Questo fu un periodo molto florido per Bach, caratterizzato da una dedizione quasi totale al genere strumentale: scrisse soprattutto brani per tastiera o per orchestra. Tra i numerosi capolavori composti in questi anni si ricordano il primo volume del Clavicembalo ben temperato (BWV 846-869), le Sonate e le Partite per violino solo (BWV 1001-1006) e le Suite per violoncello solo (BWV 1007-1012).
Il termine brandeburghesi è legato al destinatario e dedicatario dei Concerti, il margravio Christian Ludwig di Brandeburg-Schwedt, che il compositore ebbe modo di incontrare durante un suo soggiorno a Berlino risalente al 1718 circa. Il titolo ufficiale era un generico Concerts avec plusieurs instruments (‘Concerti con vari strumenti’), annotato da Bach sulla dedica risalente a marzo 1721, e tale rimarrà fino al 1879, anno in cui il musicologo tedesco Philip Spitta – uno tra i maggiori biografi bachiani – diede alle composizioni il titolo con cui oggi le conosciamo, Concerti Brandeburghesi. Christian Ludwig con buone probabilità non apprezzò particolarmente la partitura bachiana, ritenendola eccessivamente complessa, e probabilmente non la fece mai eseguire pubblicamente dai suoi musicisti di corte.
I Brandeburghesi rimasero quasi del tutto sconosciuti per molti decenni a seguito della morte di Bach: non ne viene fatta menzione nel necrologio del 1754 scritto da suo figlio Carl Philipp Emanuel e dal suo allievo Johann Friedrich Agricola; nemmeno Johann Nikolaus Forkel ne tratta nella sua biografia su Bach del 1802.
La partitura dei Brandeburghesi divenne pubblica grazie all’editore lipsiense Peters soltanto cento anni dopo la morte del Maestro di Eisenach, nel 1850.
L’ordine in cui Bach compose i Brandeburghesi non corrisponde alla numerazione con cui sono oggi contrassegnati: il compositore scrisse in ordine i Concerti n. 6, 3, 2, 1, 4 e infine il n. 5. Secondo il musicologo tedesco Heinrich Besseler la stesura dei Concerti avvenne tra il 1718 e il 1720: i Concerti n. 1, 3 e 6 risalirebbero al 1718, i Concerti n. 2, 4, l’Allegro del n. 3 al 1719, e il Concerto n. 5 al 1720.
I Brandeburghesi non sono stati composti completamente ex novo: vari movimenti sono frutto della rielaborazione di opere o parti di opere composte dal giovane Bach durante gli anni di Weimar (1708-1717) e di Köthen, ed altri movimenti sono stati a loro volta parafrasati in successive composizioni bachiane. L’Allegro del Concerto n. 1 è stato impiegato come Sinfonia di introduzione alla cantata Falsche Welt, dir trau ich nicht (BWV 52). L'Allegro n. 3 e il Trio n. 2 del medesimo concerto sono stati utilizzati nella Cantata (BWV 207), e il solo Allegro nella sua parodia (BWV 207a); il primo movimento del Concerto n. 3 è stato impiegato come Sinfonia introduttiva alla Cantata Ich liebe den Höchsten von ganzem Gemüte (BWV 174) e l'intero Concerto n. 4 è stato rielaborato come Concerto in fa maggiore per cembalo concertato (BWV 1057). Nella prima metà del Settecento era molto comune operare questo genere di trasferimento di materiale musicale.
I Concerti sono nettamente diversi fra loro sia nell’articolazione interna dei movimenti che nello stile. L’interprete e musicologo Nikolaus Harnoncourt scrisse che “ogni concerto è scritto per una destinazione strumentale differente, e la diversità delle forme è estrema almeno quanto quelle che riguardano la strumentazione e lo stile”. Con questa raccolta Bach intendeva fornire agli esecutori una sorta di “campionario (usando un termine di Alberto Basso) di stilemi virtuosistici di alto livello. Gli organici per cui Bach compose i Concerti erano con buone probabilità quelli di cui disponeva presso la corte.
Nei Concerti n. 1, 3 e 6 la parte solistica non viene affidata a nessuno strumento, mentre nei Concerti n. 2, 4 e 5 il compositore lascia ampio spazio rispettivamente alla tromba, al violino e al cembalo.
Per quanto riguarda l’Allegro del Concerto n. 5, colpisce la cadenza affidata al clavicembalo (battute 139-219) sia per le sue imponenti dimensioni sia per il suo carattere brillante e virtuosistico: si tratta, probabilmente, di uno dei primi esempi di emancipazione solistica di uno strumento a tastiera in un contesto orchestrale. Fra tutti i Brandeburghesi, soltanto il quinto circolò ampiamente nel periodo immediatamente successivo alla morte di Bach.
Nel 1808 Carl Friedrich Zelter (il maestro di Mendelssohn) diresse il Concerto n. 5 (BWV 1050) in una prova semi-privata a Berlino. Una delle prime esecuzioni pubbliche di un Concerto brandeburghese di cui si hanno testimonianze avvenne a Francoforte sul Meno il 19 maggio 1835, quando Johann Nepomuk Schelble (figura di rilievo per la cosiddetta Bach Renaissance) diresse almeno un movimento del Concerto n. 3.
I Concerti Brandeburghesi vengono tuttora eseguiti nelle maggiori sale da concerto del mondo e la loro discografia è estremamente vasta: spiccano, tra gli interpreti bachiani, i nomi di Gustav Leonhardt, Nikolaus Harnoncourt e Christopher Hogwood. La prima incisione italiana è quella dei Musici di Roma registrata nel 1965 per l’etichetta Philips.

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