Cantata del Caffè (Kaffeekantate)

Sebbene gli studiosi si siano spesso concentrati maggiormente sulla dimensione sacra e religiosa delle composizioni bachiane, è considerevole l’attenzione posta dal Cantor anche nei confronti della produzione musicale profana, testimoniata non soltanto dalle sue opere strumentali ma anche dalle cantate da camera, spesso ispirate da eventi mondani di varia natura: ne è un esempio emblematico la Cantata del caffè.
Composta tra il 1732 e il 1734, l’originale cantata Schweigt stille, Plaudert Nicht (‘Fate silenzio, non chiacchierate’) BWV 211, nota soprattutto con il titolo di Kaffeekantate (‘Cantata del caffè’), è una delle testimonianze più interessanti e umoristiche della vocalità profana di Bach. Sebbene il compositore non si sia mai cimentato con il genere operistico, questa cantata può essere considerata come una sorta di opera dalle dimensioni molto ridotte, sia per via della sua struttura (che prevede l’alternanza di recitativi, arie e un coro conclusivo) sia per il carattere fortemente drammatico che la contraddistingue. Nel testo viene trattata, in maniera ironica, la moda del recarsi ai caffè, molto diffusa nella società settecentesca di Lipsia. L’usanza, di origini arabe, di bere tale bevanda (allora molto costosa), iniziò a diffondersi nelle principali città europee - prima fra tutte Venezia, in cui già nel Seicento fu aperto uno dei primi caffè d’Europa - sin dai primi anni del Settecento, dapprima tra le élite nobiliari e in seguito nella borghesia. Nei paesi di lingua tedesca, il caffè si diffuse dal momento in cui i Turchi, ritirandosi dall’assedio di Vienna, lasciarono alle truppe dell’impero asburgico bestiame, alimenti, ma anche una notevole quantità di sacchi contenenti chicchi di caffè. Da subito dilagò entusiasmo nei confronti di questa novità sociale, che condusse molti a un uso eccessivo e sregolato. Recarsi nei caffè ai tempi di Bach era infatti ritenuto dai più conservatori una cattiva usanza, poiché dava l’occasione di fare incontri promiscui fuori dalla tutela familiare; il caffè divenne inoltre la principale alternativa alla birra (il cui consumo procurava sostanziosi introiti) e questo divenne un altro motivo per cui era malvisto da molti. A Lipsia, città in cui il primo caffè fu aperto nel 1685 (lo stesso anno in cui nacque Bach), lo Zimmermannsches Kaffeehaus fu dal 1723 il principale luogo di ritrovo in cui si esibiva settimanalmente il Collegium Musicum, uno dei migliori ensemble amatoriali della città costituito dagli studenti dell’Università di Lipsia, fondato da Georg Philipp Telemann nel 1702 e diretto da Bach dal 1729. Fu probabilmente in tale contesto che il compositore scrisse la Cantata del caffè.
Il testo della cantata è del poeta e librettista tedesco Picander (1700-1764), pseudonimo di Johann Heinrich Henrici, autore di vari libretti musicati da Bach tra cui quello della Matthäuspassion. La storia raccontata è quella di Herr Schlendrian (nome traducibile con ‘routine’, ‘tran-tran quotidiano’), padre conservatore e burbero che, brontolando come un “orso mangiamele” (ein Zeidelbär) rimprovera la figlia Liesgen (Lisetta) a causa del suo vizio di bere caffè. La vicenda si conclude con la ragazza che, dinanzi alla minaccia del padre di non farla sposare, si arrende alla sua richiesta. Il testo messo in musica da Bach contiene un’aggiunta finale – forse di mano dello stesso compositore – in cui viene narrato che Liesgen fa diffondere, all’insaputa del padre, la voce che il suo futuro sposo dovrà impegnarsi (inserendolo per iscritto nel contratto nuziale) a concederle la libertà di prepararsi a suo piacimento il caffè.
La cantata, suddivisa in dieci movimenti, è per tre parti vocali solistiche: un tenore (nel ruolo del narratore), un basso (Schlendrian) e un soprano (Liesgen). L’organico strumentale è costituito da un flauto traverso, due violini obbligati, una viola e il basso continuo. La successione dei movimenti è quella tipica della cantata da camera italiana: arie spettano a Schlendrian e altre due a Liesgen, due recitativi (uno introduttivo e uno finale) sono destinati al narratore e in altri due recitativi dialogati si esprime la disputa tra il padre e la figlia. A conclusione dell’opera troviamo un terzetto che porta la designazione di “coro” (termine che ricorre frequentemente anche nei brani operistici dello stesso periodo): si tratta dell’unico momento in cui troviamo tutte le voci e tutti gli strumenti dell’orchestra assieme ed è la parte in cui viene espressa la morale della cantata: non valgono astuzie contro la moda, è inutile proibire a Liesgen di seguire la moda del caffè dal momento che le madri e le nonne ne sono convinte sostenitrici.
Ispirandosi proprio alla Cantata del caffè, JSBach.it ha ideato il format intitolato “Un caffè con JSBach.it”: conversazioni informali con i protagonisti dell’esecuzione e degli studi bachiani trasmesse ogni 1° e 3° giovedì del mese.

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